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CAROLINA CRESCENTINI – Libera di essere come voglio io

Ottobre 2020 - Grazia - Interviste I miei articoli

È Innegabile: tra struggenti occhioni blu, labbra teneramente morbide e capelli lunghi che ricadono in morbide volute, Carolina Crescentini è una personificazione della fluttuante Venere del Botticelli. Avete presente la figura femminile bionda che, nuda e pudica, se ne sta in equilibrio su una conchiglia gigante? Carolina, invece, è seduta. Con jeans e Tshirt bianca, semplice, bella e pura come la Venere degli Uffizi. Sembra una ragazzina e ha quarant’anni (ormai l’età si può dire, nasconderla è una forma di “ageismo”, come sostenere il pregiudizio che le donne possano essere desiderabili solo se poco più che adolescenti). 

Da mercoledì 23 settembre, su Rai 2 per sei puntate, Crescentini è protagonista di Mare fuori, diretta da Carmine Elia. Interpreta la severa direttrice di un carcere minorile napoletano, dove scontano la pena ragazzi di diversa estrazione e con diverso carico di responsabilità: il fighetto milanese e il figlio del boss camorrista, la rom e l’assassino involontario. 

Come si è preparata a questo ruolo così particolare?

Non mi hanno permesso di entrare in carcere prima delle riprese, così ho scoperto che sul web si trovano una gran quantità di interviste a ragazzi che sono stati in carceri minorili. E ci sono anche molte testimonianze di direttrici di quelle carceri. La maggior parte sono donne.  Ho anche parlato con educatori, spesso sconfortati dal constatare che i ragazzi diventano recidivi. Eppure, c’è la possibilità di non diventare ragazzi perduti. Nelle carceri minorili ci sono adolescenti di tutti i tipi, alcuni hanno compiuto reati dovuti a una sorta di sfortunata leggerezza. È importante che ognuno di loro prenda atto delle responsabilità e delle conseguenze delle proprie azioni. E poi è fondamentale imparare un mestiere e, usciti dal carcere riprendersi la vita. Spesso, come ho imparato, il problema è quello che accade in carcere, magari la pessima influenza di un compagno di cella. L’adolescenza è delicata, è estremizzazione del bene e del male.

Lei non hai figli, la spaventa vedere cosa può succedere a degli adolescenti?

Se ne avessi sarei terrorizzata, l’errore fatale è dietro l’angolo e c’è un problema della società che non educa più. Noi eravamo più immobili, ora i ragazzi vanno troppo veloci. Il mio personaggio, la direttrice del carcere, dà costantemente la responsabilità ai genitori, come se la società senza famiglie che educano si sgretoli. I ragazzi si drogano di medicine mischiate all’alcol, mescolano principi attivi cercando lo sballo. È chiaro che tutti noi siamo coinvolti nel cercare di trovare un nuovo assetto fatto di principi e valori. 

Subito dopo questa serie, andrà in onda su Rai 1 con I bastardi Pizzofalcone.

Sarà la terza stagione. Sono sempre a Napoli ma interpreto il ruolo di una PM. Dovrebbe andare in onda su Rai 1 a partire da gennaio. 

Ormai da tempo, grazie a queste due serie televisive, lei passa a Napoli diversi mesi all’anno. Napoli è la sua Hollywood?

Proprio così, Napoli ha un’energia che travolge: ti fa arrabbiare e ti fa ridere. E poi c’è una cosa che cambia tutto: apri la finestra e c’è il mare. Ogni giorno, quando mi alzavo per andare sul set alle 5 del mattino mi fermavo qualche minuto a guardare il mare dalla finestra dell’albergo e mi riconnettevo con il mondo. Del resto, come si dice in Mare fuori, “il mare che si può vedere attraverso le sbarre del carcere è un messaggio di speranza e positività”.

Immagino che da ogni ruolo interpretato nella sua carriera lei sia uscita imparando qualcosa. Quali sono state le parti che le hanno insegnato di più?

Mare fuori mi ha insegnato il confronto con la nuova generazione e mi ha fatto rendere conto dell’esistenza di realtà a cui di solito non pensiamo. Poi c’è stata la rabbiosa Ginevra di A casa tutti bene, di Gabriele Muccino, che litiga furiosamente con il marito. È incredibile quante persone mi hanno fermato per dirmi: “Ho fatto le stesse scenate che faceva lei”. Ho capito in quali abissi possano spingere i rapporti di coppia malsani. 

Il personaggio femminile del film L’industriale di Giuliano Montaldo mi ha invece insegnato il peso di essere abbandonati dentro una relazione di coppia. E poi è stato molto importante Lampedusa, di Marco Pontecorvo. Ero la direttrice di un centro d’accoglienza. I primi due giorni a Lampedusa non ho fatto altro che piangere, non avevo immaginato che abisso di disperazione siano questi centri. Al punto che oggi non posso sentire chi parla a vanvera, i discorsi di chi non ha idea di cosa sia la vita dei migranti.

Come vede il futuro del cinema: le serie televisive salveranno il lavoro degli attori e il nostro bisogno di fiction?

Sono spaventata dalla possibilità di contagio, ma la Biennale Cinema di Venezia ci ha insegnato che col distanziamento e la mascherina si può tornare al cinema. E malgrado le piattaforme televisive ci abbiano proposto i film che non hanno potuto uscire durante il lockdown, l’esperienza di fruizione in sala continua a essere molto più coinvolgente.

Se dovesse tornare a girare un film, dopo lo stop dovuto al Covid 19, con chi vorrebbe lavorare?

Amo moltissimo Virzì. Nessuno dirige gli attori come lui. E poi i suoi film ogni volta mi emozionano e riempiono gli occhi di lacrime, e subito dopo mi fanno ridere, di una comicità intelligente.

Poi sono una grandissima fan di Sorrentino. Durante il lockdown ho rivisto Il divo, un capolavoro.

Ecco, cosa ha fatto durante il lockdown?

Sono stata barricata in casa, guardando film e serie e leggendo libri. Ho introdotto in casa una quantità di piante fino a farla sembrare una giungla, perché avevo bisogno di prendermi cura di qualcosa. Ho cercato di tenermi occupata, per esempio portando la spesa ai miei genitori. La cosa più dolorosa era la consegna dei pacchi sul pianerottolo senza potersi abbracciare. Ho avuto tanta paura.

Quindi non è negazionista?

Non lo sono per niente, ho conosciuto tante persone contagiate. Anzi, ho paura. Ora sto tentando di ricominciare, ma con le altre persone è subentrata questa componente della fiducia che mi turba: ti sei comportato come me? Sei stato prudente? E prima di capirlo si prova una sensazione di sospetto che è bruttissima.

È dura per chi deve cominciare nuovi amori. A lei, con suo marito, è andata bene.

Proprio così. Però eravamo entrambi scossi. Non eravamo nel mondo delle fiabe, a ogni decreto stavamo mano nella mano preoccupati. Non ho vissuto il lockdown con ironia, e sì che di solito sono una persona che sdrammatizza. Mio marito guarda i numeri dei contagi tutti i giorni. Tra l’altro, dal punto di vista creativo, dato che entrambi scriviamo, ci siamo letteralmente bloccati.

Lei scrive?

Scrivo racconti. Sono sempre basati sul fatto che spio le persone, per esempio sui treni, dato che sono sempre in movimento. Le vite immaginate degli altri. Soltanto che l’isolamento mi ha tolto questi “altri”, e quindi la materia che fornisce l’ispirazione. 

Questi racconti li ha mai dati a un editore?

Li ho fatti leggere ad alcune persone, ma è ancora presto per consegnarli a un editore.

E suo marito Francesco (Francesco Motta, cantautore e musicista) nel frattempo componeva musica. Le dava fastidio?

No, lui non mi da mai fastidio, anzi, mi tiene compagnia. Certo, stava componendo una colonna sonora e c’era questo violoncello che aleggiava per casa… un suono perturbante anche a livello emotivo.

Ha avuto un fidanzato dj e un musicista americano. La musica per lei è molto importante, anche sentimentalmente parlando. Niente commercialisti.

In effetti… I miei genitori e mia sorella sono commercialisti e certamente sarebbero stati contenti di vedermi con uno come loro, però condividono le mie scelte sentimentali. La musica fa parte della mia vita, mi condiziona emotivamente, mi accompagna sempre, anche quando preparo un ruolo. La musica per me è la sintesi di tutte le arti, e per questo mi è più semplice innamorarmi di un musicista.

Suo marito ha sei anni meno di lei. Com’è stare con un uomo più giovane? 

È la prima volta che sto con un uomo più piccolo di me, ma non sento il peso della differenza d’età. Abbiamo gli stessi riferimenti culturali. Ho provato, all’inizio, a provocarlo. Un giorno l’ho portato al Gianicolo e gli ho detto: “Io qui ci venivo con il walkman, sai cos’è?”. E lui: “Guarda che l’avevo anche io”.

C’è ancora un pregiudizio su donne con uomini più giovani?

Sono talmente giudicata su tutto, che un eventuale giudizio in più non mi tocca. Certo, questa è una domanda che agli uomini non si fa, perché hanno la convinzione – data da noi donne per farli sentire forti – che invecchiando diventano più fascinosi, addirittura più belli. In realtà credo che gli incontri tra persone non vadano giudicati e se qualcuno ci prova me ne infischio. 

Il teatro è la voce, il cinema e la televisione sono il il viso. Come vive questo scavo in HD sul tuo volto, in un mondo che chiede un’eterna giovinezza?

Io pretendo il diritto di invecchiare. Voglio fare ruoli che rappresentano la mia età, anche in futuro, e voglio essere credibile, non ricostruita. Non sono ossessionata dalla bellezza. Non ho mai pensato di farmi cambiare, cosa che purtroppo non succede a molti ventenni. Mi trovo a dirgli: “Eh no, con quei soldi della chirurgia plastica fatti il giro del mondo!”.

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