Camilla Baresani

Sommario

NATALIA ASPESI – “Mi era presa la meraviglia per il mio mestiere: amavo soprattutto scrivere”

4 Maggio 2026 - Corriere della sera - 7 - Interviste

Eccoci nel centro del centro di Milano, a pochi minuti dal Duomo. Palazzo prestigioso, doppio ingresso. Ultimo piano. Entro in un appartamento segmentato da librerie colorate, con i libri ordinati come nelle biblioteche, le targhette identificative di ogni categoria che sporgono di lato. Arte, moda, biografie, giornalismo, Francia, eccetera eccetera. Il salotto è affacciato su una veranda da cui, nel clima umido che smorza i colori, si vedono emergere i tetti dei condomini, la cupola tardobarocca di Sant’Alessandro e le piante di una grande terrazza. In cucina, le ciotole di un gatto. Quando arrivo, Natalia Aspesi sta lavorando. Scrive al computer. Che ordine, come sono ben catalogati i libri, le dico. “A Miuccia Prada ho promesso che andando via glieli lascio tutti”. A 96 anni, dopo l’ictus che tre anni fa l’ha tenuta in coma per una decina di giorni, questo “andando via” potrebbe essere un riferimento alla fine della vita, ma più probabilmente la grande giornalista si riferisce alla futura necessità di cambiar casa. “Questo edificio è in vendita, e chi lo comprerà manderà via gli inquilini. Per fortuna ho i miei nipoti, che abitano al piano di sotto, e si occuperanno di cercarmi una casa dove andare. Anche se io speravo di morire qui, senza dover lasciare questo appartamento”.

Se mai dovessero sfrattarla, vorrebbe restare a Milano, o sogna una fuga dalla città, magari in Salento, a Specchia, dove ha una casa?

“Quella è per i miei nipoti. Io voglio stare a Milano. È una città stupenda, soprattutto adesso. Mi piace che sia piena di stranieri, mi piacciono i grattacieli che crescono. Certo, ci sono Roma, Firenze, Venezia. Ma qui io mi trovo molto bene e non capisco perché ne parlino male. Forse perché il sindaco è di sinistra. Sicuramente Sala avrà fatto degli sbagli, ma chi non li fa. E poi, anche girando un po’, la città è bella e persino quelli che ci sembravano degli angoli bruttini in questi anni si sono trasformati. Cioè: per viverci io avrei scelto Londra, però questa città, che è molto cambiata, la trovo affascinante.

Nel passato, le è mai venuto in mente di trasferirsi a Londra?

Io tra poco compio 97 anni e appartengo a un’epoca in cui gli orizzonti erano molto più ristretti. Non ho mai pensato di cambiare posto, nemmeno di andare a Roma, che pure era la sede del mio giornale. Sono nata a Milano nel ’29 e a quei tempi ricordo che avevamo una vita molto bella, più bella di adesso, pur non possedendo quasi nulla. Sono cresciuta con mia madre che era una meraviglia, mentre mio padre è morto quando avevo 4 anni. I miei ricordi iniziano suppergiù a partire dal ’39, e di fatto sono legati alla guerra.

Dove è cresciuta?

Abitavamo in via Paolo Giovio, una traversa di Corso Vercelli. Stavamo in una casa di proprietà dello Stato, con affitto basso, assegnata a mia madre che era maestra. Eravamo in tre: la mamma, io, e mia sorella, che era bellissima ma poi non ha concluso niente, a parte sposarsi e fare i figli. Tutti i pomeriggi, finita la scuola, andavo a piedi con gli schettini in spalla fino via Washington, dove ricordo che c’era uno stabilimento della Pirelli. Mi esercitavo, ero bravina, e quando tornavo a casa c’era quasi sempre un bombardamento Mi ero abituata: c’erano dei palazzi che avevano un segnale sull’ingresso, e dentro c’erano i rifugi. Si entrava e si scendeva nelle cantine.

Proprio quello che sta succedendo ai ragazzini ucraini, ormai da 4 anni.

Poveretti gli ucraini. La signora che vive con me è ucraina, loro sono vittime di Putin, di quell’uomo orrendo. I russi li perseguitano. Nel ’32, con l’Holodomor i russi hanno ucciso milioni di ucraini, e stranamente non se ne parla mai.

Torniamo alla Milano dei bombardamenti, tra il ’42 e il ’43.

A un certo punto erano così intensi che ho dovuto smettere di pattinare. Si andava a scuola sempre con le bombe sulla testa. La palazzina accanto alla nostra era stata abbattuta e c’era l’obbligo di ospitare gli sfollati. Ci avevano assegnato una signora che allevava le galline sul nostro balcone. E non ci ha mai dato un uovo. Mangiavamo pane di carrube, che diventava subito molle ed era rivoltante. Non c’era quasi nient’altro da mangiare ed ero magrissima, cosa che in seguito ho rimpianto. Avevo sempre fame, e da allora ho preso l’abitudine di non lasciare mai nulla nel piatto, anche se sono sazia. Eppure, in quegli anni, malgrado tutto, ero una persona felice.

Alla fine della guerra lei era un’adolescente.

Milano era piena di macerie e di energia, di speranze. Ricordo che nel ’45 mia madre mi comprò finalmente un vestito, che però era di un giallo mostruoso. In quegli anni mi innamoravo continuamente di giovanotti tremendi, tipi sempre diversi. Anche io però dovevo essere molto noiosa. Ho avuto una vita da povera scema fino a quando ho incontrato la possibilità di esprimermi con la scrittura.

Quando ha cominciato a fare la giornalista?

Prima ho deciso di andare in Inghilterra con mia nipote, per imparare l’inglese. Tornata a Milano, ho cercato un posto leggendo gli annunci sul Corriere. Senza sapere nulla, ho scelto a caso una ditta dove mi hanno subito preso perché sapevo l’inglese – lo sapevo per modo di dire. Un amico, che era stato anche un mio flirt, lavorava a La Notte. Per via delle lettere che gli scrivevo, pensava che avessi capacità di scrittura, e che sarei andata bene come giornalista. Così iniziai a proporre degli articoletti. Una volta andai a Bergamo, dove c’era una mostra di gatti, la raccontai e mi pubblicarono. Per un bel po’ ho continuato a collaborare con La Notte, mentre lavoravo in questo posto tremendissimo, dove facevo la segretaria e per non morire di noia mi chiudevo nel cesso per ore, e intanto scrivevo. 
Un bel giorno, dopo un paio d’anni che mi pubblicavano gli articoli, mi chiama il ragionier Chiappa e mi dice ‘Guardi signora che noi de La Notte non assumeremo mai un donna’. Nino Nutrizio, il direttore, era un misogino maschilista. Ma io avevo un’amica che lavorava a Il Giorno. A quei tempi era un giornale stupendo, con giornalisti famosi come Giorgio Bocca. Le dissi che a La Notte non mi volevano assumere, e lei ne parlò coi suoi capi, che mi presero. Dopo diversi anni, però, fu nominato direttore un giornalista meridionale, molto gentile con i sottoposti e con una gran reputazione, che gli veniva dall’aver lavorato al Corriere: Gaetano Afeltra. Con lui, mi trovavo malissimo, mi faceva fare cose che detestavo. Mentre pensavo di andarmene, hanno fondato Repubblica, dove mi hanno subito assunto. Era 50 anni fa e ancora ci lavoro. Con la scrittura sono riuscita a guadagnare e anche a ottenere dei privilegi, pur avendo iniziato che avevo le scarpe rotte, e me le tenevo perché non avevo i soldi per farle aggiustare.

Prima ha detto che Milano è molto cambiata. Quando ha notato questo cambiamento?

Guardi, io non è che ho vissuto molto Milano. Per lavoro viaggiavo continuamente, e per diverso tempo questa città non mi piaceva più, ma poi, forse dopo l’Expo, me ne sono innamorata di nuovo. Speriamo che dopo Sala non arrivi un sindaco impresentabile, un fascista.  

Lei è ancora femminista?

Lo sono stata molto negli anni Sessanta. Ho tutti i magnifici libri sul movimento delle donne che si pubblicarono all’epoca. Il femminismo era pieno di gioia, la gioia delle ragazze che si liberavano. Allora, negli anni Sessanta e Settanta, non potevo stare con loro perché ero impegnata col lavoro, però le apprezzavo molto. Adesso sono sparite, non mi pare che ci siano più dei gruppi femministi. Quanto alle questioni sul bagno delle femmine, dei maschi, che noia. Se entra un signore che ha ancora il resto della sua virilità a me che mi frega? E anche la storia del patriarcato: io sono un po’ dubbiosa, perché in realtà questi ragazzi che ammazzano sono dei giovanotti stupidi, è quello il loro problema: essere maschi stupidi. La questione del patriarcato è un po’ un’invenzione.

Quindi secondo lei non c’è più bisogno del femminismo?

Vedo talmente tante donne determinate brave e serie nel loro lavoro! Certo, mi dispiace che la prima capa del governo che abbiamo, la Meloni, e anche sua sorella, siano così poco colte.

Preferisce leggere o guardare i film?

Preferirei la lettura, ma per via degli occhi ormai faccio fatica. Quanto al cinema, come critico cinematografico di Repubblica per anni non ho perso un festival. Andavo a Cannes e a Venezia, ma oggi, non so perché, non mi interessa più scrivere dei film. E nemmeno dei libri. Ho letto il commento di Concita Di Gregorio sul film La Gioa, la storia della povera professoressa assassinata. A lei è piaciuto molto, secondo me invece era noiosissimo. Per giunta, perché prendere una donna bella come Valeria Golino e farla diventare brutta? Non ci sono più attrici brutte?

Lei si è anche molto occupata di moda. Come vede quel mondo?

Finito. Finito completamente. Dei vestiti non interessa più a nessuno. Forse la moda è morta perché produce abiti sontuosi, che poi ti chiedi quando e dove una possa metterseli. L’ultimo grande è stato Armani, perché ha inventato una donna che prima di lui non esisteva, la donna che lavora. Ha creato quelle giacche che abbiamo messo per anni, ha veramente vestito il corpo femminile interpretando l’uso che se ne faceva.

È preoccupata che l’intelligenza artificiale ci soppianti e sostituisca il mestiere di chi scrive?

Può darsi, ma io non credo nel futuro. Non lo credo per me, prima di tutto. Ma anche per gli altri. 
Ci sarà sempre un giornalista che deve andare in giro a raccogliere le notizie, ma forse non verrà pagato. Sono più preoccupata che qualcuno dei capi che ci governano, qualcuno di questi pazzi non resista e butti la bomba atomica. Trump, Putin, Netanyahu, gli ayatollah, tutti assatanati di potere e pieni di rabbia. E soprattutto pieni di ignoranza e ossessionati dal possesso del denaro: non gliene basta mai, vogliono essere incredibilmente ricchi.

Nella sua vita c’è stato anche il grande amore per Antonio Sirtori.

L’ho incontrato nell’85, quando già facevo la giornalista. I primi anni era sposato, e poiché era il capo della sede di Milano di un’azienda svedese, ci incontravamo di nascosto in Svezia. Avevo una fantastica collega e amica, Lietta Tornabuoni. Ricordo che eravamo a Cannes, e io dovevo incontrarlo. Allora io e lei ci mettevamo d’accordo, e scomparivo. Prendevo l’aereo e raggiungevo Antonio in Svezia, e Lietta scriveva anche il mio pezzo. Non perdevo mai l’occasione di scappare da qualche parte con lui. Poi, dopo una decina d’anni, si è separato ed è venuto a vivere qui, con me.

Finalmente. Lei ha avuto molta pazienza.

Solo che ormai mi era presa la meraviglia per il mio mestiere: amavo soprattutto scrivere. Per cui, quando dopo poco tempo che era qui Antonio andò in pensione, ho continuato a volergli moltissimo bene, ma mi rompeva un po’ le scatole. Siamo stati insieme 38 anni, prima che morisse, ma era diventato un po’ pesante. Si arrabbiava perché lavoravo troppo, voleva continuamente il mio tempo e la mia attenzione, dato che era libero.

Lei ha mai pensato al suicidio?

Sì, tantissimo, per amore. Per anni e anni ho avuto dei fidanzati orribili, dei mostri che si davano arie.

Il giorno dopo che sono stata a casa sua, Natalia Aspesi mi telefona. Ha paura che dimentichi la cosa fondamentale, la più importante della sua vita.

“Mi scusi se disturbo, però la pregherei di scrivere che io lavoro da 50 anni a Repubblica. Da 50 anni. Per il resto, se non ha abbastanza cose da scrivere, le inventi pure.”