Camilla Baresani

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Milano, la città che molti amano odiare

5 Maggio 2026 - Corriere della Sera - 7 - Storie

Fare la caricatura dei milanesi è sempre stato divertente. Ricordo le estati sul lago di Garda, quando ci esercitavamo nella parodia dell’accento e del modo di fare da ganassa dei coetanei di Milano. Per noi bresciani erano immancabilmente dei bauscia, dei personaggi da Vanzina, dei faso tuto mi. E i loro genitori erano dei Guido Nicheli, il Dogui, indimenticabile caricatura del cumenda dei film vanziniani. Guido Nicheli, tra l’altro, è sepolto proprio a Desenzano, lago di Garda. Ormai la celebre mancanza di autoironia dei milanesi è crollata di fronte al peso della globalizzazione, ed ecco fiorire su Instagram decine di spernacchiatori: dall’Imbruttito al Boomer, da Carolina Castiglioni a Thomas Asueni.

Poi, però, noi di Brescia andavamo a Milano continuamente. Per comprare certi libri di testo introvabili. Per andare da Fiorucci, da Peck, in Fiera, a teatro, ai concerti, alle mostre, nei musei. E attenzione ai drogati, ai ladri, ai borseggiatori, ai manifestanti, ai truffatori, insomma c’era già la mania allora, negli anni Settanta, che Milano fosse una capitale del crimine. Finalmente, nel 1980 a Milano ci sono andata a vivere, con la scusa dell’università. Non vedevo l’ora. Era la Londra o la New York che potevo permettermi. Realizzavo il sogno di crescere e andare alla ricerca della mia identità dove nessuno mi conosceva, dove non c’erano le incrostazioni di figlia di, nipote di, cugina di, e dove musica, arte, cultura mi aspettavano a braccia spalancate. Non è stato proprio così, le ho trovate semichiuse quelle braccia, mi sono sentita anche molto sola, ma poi, col tempo…. Abitavo con un’amica bresciana in una casa che la proprietà stava sgombrando, al quarto piano senza ascensore, dove erano rimasti gli ultimi tre appartamenti occupati. Il nostro, quello della Zaira, un’ex sarta malandata, e quello del signor Infante, un falegname con qualche dito in meno e la sigaretta sempre incollata alle labbra ingiallite, ossuto, come risucchiato in dentro. Di notte, sotto casa stazionavano i travestiti. Spesso qualcuno li caricava, poi si accorgeva dal vocione che erano maschi, inchiodava, insulti, sbattimento di portiere. Giorno e notte passavano ambulanze e macchine della polizia a sirene spiegate. Nel fine settimana arrivavano le voci megafonate di manifestanti fascisti, dato che la piazzetta sotto casa era un loro luogo identitario. La strada che percorrevo a piedi per andare da casa alla stazione e prendere il treno, strada dove vent’anni più tardi sono andata ad abitare, era piena di anziane prostitute maghrebine che lavoravano di giorno, di alberghetti a ore da una stella (ci sono ancora), di negozi di biancheria intima per lavoratori del sesso. Zatteroni, corsetti con la tetta scoperta, reggicalze, gonnelline con oblò sulle chiappe. Ora sono stati sostituiti da kebabbari, da riparazione telefonini, da venditori di alcolici. Per strada c’erano anche una bancarella di libri usati e una di fiori, che oggi vendono le cosiddette cinesate: micidiali valigie e vestiti con la griffe imitata male. C’erano i tossici. Una volta per non perdere il treno ne ho dovuto scavalcare uno stecchito di traverso sul marciapiede, un’altra, proprio sul piazzale della stazione, ho visto un ragazzo con la siringa infilata nel moncherino della gamba, amputata al ginocchio. Quando tornavo a Brescia, mi dicevano: “Ho paura a venire a Milano perché c’è la criminalità”. Oggi lo dicono i milanesi stessi. Io, in 45 anni a Milano, tornando regolarmente a casa con l’ultimo treno che arriva a mezzanotte e cinque, o con l’ultimo metrò, e poi camminando per 750 metri fino al portone tra le macchine che filano via veloci, incrociando regolarmente gruppetti di maschi dalla faccia patibolare, mai e poi mai sono stata disturbata, molestata, derubata, scippata. Non ho la macchina, uso i mezzi o la bici. Una volta ho letto i consigli di un esperto di ordine pubblico: camminate dritte, spedite, senza guardare in faccia nessuno. Lo faccio regolarmente e secondo me funziona. Sarà stata fortuna? 45 anni di fortuna. Paradossalmente, piuttosto che in certi quartieri altoborghesi, dove non ci sono botteghe di alcolici aperte di notte e quando fa buio non passa nessuno, mi sento più sicura nella mia zona malfamata, attorno alla stazione, tra senzatetto, disperati di varie forme di sprofondamento sociale, money transfer con le biciclettone dei rider mollate sghembe sul marciapiede. Sui pericoli che si corrono nelle strade buie e deserte dei quartieri dei ricchi milanesi, ci ho scritto persino un romanzo, Il sale rosa dell’Himalaya.

Altro tema spinoso: le ciclabili. Hanno odiato furiosamente il sindaco Sala per la ciclabile di Corso Buenos Aires. Io la benedico ogni volta che l’imbocco. Mi chiedo: ma se le migliaia di persone che girano in bici prendessero tutte la macchina, non sarebbe peggio? Più traffico, più inquinamento, più impossibilità di parcheggiare. A me, invece, danno fastidio le auto abbandonate sulle strisce pedonali o in doppia fila (sono uno specifico status italiano, nelle capitali europee non le vedi), gli sghiribizzi bombolettati sui muri, i marciapiedi troppo stretti, gli striscioni dei taxisti con scritte piene di aggressività (al parcheggio in stazione: ma non ci vorrebbero delle licenze per esporre per mesi, per anni, questi cartelloni?). E poi ci sono i problemi veri, grandi, che non si sa da che parte iniziare a risolverli e infatti sono immutati da che io mi ricordi: le case popolari occupate abusivamente, non manutenute, non assegnate, che non si capisce mai se sono troppo poche o sono soprattutto malgestite. I poveri in fila al Pane Quotidiano e all’Opera San Francesco, i senzatetto sotto i portici, l’inquinamento, l’aria infetta, i pochi vigili per le strade, e persino i taxi che mancano (io li evito da anni, però le rare volte che li ho cercati ho finito per tornare a casa a piedi nella notte o con una bici Lime, se non pioveva). Ma come ha detto Piero Bassetti, la città è dinamica e non credo che nessuno di noi vorrebbe tornare ai tempi delle giostre alle Varesine. Anni fa ho letto un’intervista a Renato Curcio. Diceva che la prima cosa che lo aveva stupito, quando nel 1993 era uscito in semilibertà dal carcere dove si trovava dal ‘76, era stato vedere persone di colore per strada. Come possiamo lamentarci dei maranza, se il mondo è cambiato, se persino a Brescia, la mia città, ci sono 164 etnie diverse su 200mila cittadini, se inevitabilmente si creano problemi di crescita per questi adolescenti che bramano beni di consumo e vivono la realtà deformata di TikTok? Non mi sembra una colpa specifica di Milano, sinceramente.  

Certo, ci sono i milionari della flat tax, i super ricchi in fuga dal Regno Unito che ha preso a tassarli brutalmente, e allora vengono a installarsi qui, cosa che forse non è del tutto negativa: mica potranno spostarsi tutti a Dubai, lasciatene qualcuno anche a noi di ricco altospendente portatore di addizionale Irpef. D’altro canto, a Milano c’è anche una possente rete di volontari e associazioni del Terzo settore, che non credo abbia eguali nel resto d’Italia: Cometa, Custodi del Bello, Piazza dei Mestieri, Arimo, I Semprevivi, La Meridiana, La Casa delle Luci, e tantissime altre. Potrei riempire la pagina solo elencandole.

E gli ospedali: Niguarda, San Paolo, Sacco, Monzino, Humanitas, Ieo. Per certi periodi della mia vita, accompagnando le persone che amavo in quei viaggi della speranza che sono le visite e le cure oncologiche, ho frequentato assiduamente le periferie milanesi dove stranamente non ero mai andata, mentre quando visito una città come turista non manco mai di andare nei quartieri socialmente marginali, pensando che possano essere materiale narrativo più interessante delle noiosissime vetrine del lusso, sempre uguali ovunque. Ma tutti questi odiatori di Milano, i delusi, le hanno mai viste le periferie di Roma, Napoli, Palermo, New York, Londra, Parigi? A me quelle milanesi sembrano ordinate, con giardini pubblici ben tenuti, senza cumuli di spazzatura e cassonetti schiantati come a Roma, dove li trovi anche ai Parioli, in una splendida forma di democrazia della monnezza. E ci arrivi con i mezzi, comodamente, in queste periferie milanesi ben poco sperdute. Poi, certo, il mondo è cambiato. Prima Milano accoglieva i meridionali, che erano italiani, parlavano la nostra stessa lingua, praticavano la medesima religione, e poi il mondo ha iniziato a riversarsi in Italia, in una babele di lingue, di culture, di insofferenze reciproche.

Milano resta la capitale delle opportunità. Ho vissuto anche tanti anni a Roma. Il cielo è più bello, la città è più bella, si va al mare in poco tempo, la gente è più simpatica, però, però… Milano mi mette allegria. Sedermi al tavolo di una panetteria bistrò e sentir parlare in tante lingue studenti, gente che ha progetti, impegnata in qualcosa che non sia gestione di posti e poltrone; è divertente vedere come si vestono, la creatività, il desiderio di essere fighetti declinato in tanti modi diversi. Sembra sempre di sfogliare una rivista, anche sul metrò con l’ultima corsa, quando in tanti ragazzi (ma anche tante facce da pensionati) tornano a casa dopo una cena da amici, dopo la pizzeria, il teatro, un concerto, tutti acchittati per fare colpo. Ha scritto su queste pagine Carlo Verdelli: “Quell’Italia di allora, primi anni Sessanta, si lascia attrarre come polvere di ferro da un magnete, riempie prima la Stazione Centrale e poi le case popolari e le fabbriche”. È un’immagine bellissima quella della polvere di ferro. Lo sono stata anche io, e Milano continua a magnetizzarmi. Magari si arriva anche in aereo, in BlaBlaCar o FlixBus, magari niente case popolari ma affitti costosi, niente fabbriche ma quelle aziende ad alta tecnologia di cui ha parlato Daniele Manca, sempre su queste pagine. Però il potenziale di richiamo rimane lo stesso che portava il mio bisnonno a insegnare e far studiare i figli a Milano, e poi ci ha portato me, e continua ad attirare persone di ogni genere, maranza inclusi, ché se arrivano i billionari perché proprio loro no?